PARTE L’INCULATA STRATOSFERICA ANCHE I GRILLINI FIRMANO LA LEGGE ?

PARLA 2

PARTE L’INCULATA STRATOSFERICA

VOTERANNO QUESTO SABATO O DOMENICA DIFFONDENTE L’INFORMAZIONE

PARLA 1

Scusate il francesismo ma quando ci vuole ci vuole,facciamo un’analisi del Governo,facciamo un’analisi di come ci stanno inculando per l’ennesima volta .

L’analisi non ha pareri politici,analizziamo fatti e azioni,non avendo capi possiamo permetterci di pensare liberamente .

Il Governo attuale è composto da sinistra e Centro Destra,già questo dovrebbe far pensare.. il nuovo leader del PD è Renzi,l’uomo che in Febbraio 2013 ha incontrato l’alta finanza prima di candidarsi a leader.

Alfanino “litiga” con Berlusconi e appoggia il governo su argomenti molto delicati,infatti stanno approvando una legge dove BANCA ITALIA (organismo di controllo bancario) verrà privatizzata definitivamente dove le sole assicurazioni e banche potranno comprare le quote,anticostituzionale,illegittimo,eppure sta accadendo .

Quello che più “sorprende” è l’appoggio dell’azienda Casaleggio ,cosi denominato Movimento 5 stelle,dove i grillini oltre a non opporsi appoggeranno la privatizzazione dio Banca Italia .

PARLA 3

Un Italia dove l’unica opposizione popolare è dettata da un’azienda di Marketing e un comico potrà aver successo ?

PARLA 4

L’unico che si sta opponendo è il contestato Domenico Scilipoti

Vi invitiamo a leggere i contenuti senza pregiudizio,valutare i fatti .

PARLA 5

Scrive :

ATTO SENATO AS 1188
QUESTIONE PREGIUDIZIALE

Domenico SCILIPOTI

Il Senato,

in sede di esame del disegno di legge n. 1188 di conversione in legge del decreto-legge 30 novembre 2013, n. 133, recante disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia;

premesso che:
la I Commissione aveva espresso in sede consultiva un parere negativo sui presupposti di costituzionalità del provvedimento (necessità ed urgenza),

il carattere di omogeneità del decreto-legge, di cui all’articolo 15, della legge n. 400 del 1988, è stato richiamato in più occasioni dalla Corte Costituzionale: il succitato articolo dispone che:i decreti-legge devono contenere misure di immediata applicazione e il loro contenuto deve essere specifico, omogeneo e corrispondente al titolo;

è acclarato che il provvedimento in esame introduce disposizioni afferenti a materie tra loro non omogenee e che non paiono avere realmente quel carattere di eccezionalità proprio della decretazione d’urgenza che è finalizzata a dare soluzione immediata ad una problematica di rilevantissima importanza che se non affrontata con tempestività reca, con certezza, danni al Paese e ai cittadini;

il provvedimento introduce, in particolare, disposizioni di carattere ordinamentale riguardanti la Banca d’Italia, articoli 4, 5 e 6 (Capitale della Banca d’Italia; Organi della Banca d’Italia; Disposizioni di coordinamento e altre disposizioni),
la partecipazione dell’Italia, come capitale pubblico (rappresentato da INPS e INAIL) al capitale della Banca d’Italia, partecipazione che conferisce l’assegnazione di un preciso numero di quote e di voti, è già ora contenuta rispetto ai soggetti privati ed è destinata con questo decreto-legge a diminuire ulteriormente;
gli articoli, infatti, oltre a disporre l’aumento di capitale della Banca d’Italia, a seguito delle decisioni Europee sui requisiti patrimoniali delle banche, detta specifiche disposizioni sulla sua composizione e stabilisce che “ciascun partecipante al capitale non potrà possedere – direttamente o indirettamente – una quota di capitale superiore al 5 per cento”. I soggetti, italiani ed europei, autorizzati a detenere quote nella Banca d’Italia saranno “banche, fondazioni, assicurazioni, enti ed istituti di previdenza, inclusi i fondi pensione” istituiti nei Paesi parte dell’Unione Europea;
qualsiasi nuovo assetto della Banca d’Italia, specialmente in un momento di stagnazione economica e di limitata capacità competitiva del Paese, necessita, per le conseguenze che ne derivano, di un dibattito politico approfondito, anche per comprendere se con l’attuazione delle disposizioni la Banca di’Italia possa essere nell’immediato futuro dipendente dai mercati e dagli interessi e dalle strategie politiche ed economiche di altri Stati, Europei o terzi;
il governo non si è preoccupato di consegnare alle Camere, con largo anticipo rispetto alla presentazione del decreto-legge, eventuali proposte riguardanti la partecipazione al capitale della Banca di Italia, e se, ad esempio, a seguito della riforma proposta le quote di partecipazione possano divenire liberamente trasferibili, cioè scambiabili sul mercato, e se la condizione che esse siano riservate a intermediari finanziari europei rappresenti una solida garanzia, considerato che i soggetti partecipanti possono essere a loro volta controllati da altri soggetti, anche di altra natura e non europei. Inoltre non è chiaro se il limite del 5 per cento possa essere compromesso attraverso accordi che consentano ad un gruppo di proprietari di coordinarsi tra di loro;
tenuto conto di quanto sopra esposto, –
delibera di non procedere all’esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 30 novembre 2013, n. 133, recante disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia

INTERROGAZIONE PARLAMENTARE

Sig. Presidente, On.li Colleghi e Colleghe,

la proposta del Ministro Saccomanni, riguardo alla conversione in legge del decreto-legge N° 133 del 30 novembre 2013, per come risulta approvato, si appresta a divenire una inattesa, ma di certo programmata manna dal cielo a beneficio unico degli istituti di credito attuali azionisti della Banca d’Italia ed una inarrestabile emorragia di denaro per lo Stato, le Regioni e le Istituzioni interessate a divenire nuovi azionisti..
La frettolosa “privatizzazione” della Banca d’Italia, attraverso non un normale iter di discussione di un disegno di legge in Parlamento, bensì attraverso l’emanazione di un decreto legge, cioè un atto normativo di carattere provvisorio avente efficacia di legge, il quale, peraltro, dovrebbe essere adottato dal Governo soltanto nei casi di straordinaria necessità e urgenza previsti dall’art. 77 della Costituzione (e soggetto alla perdita di efficacia se non convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni) rappresenta, al contrario, un vero e proprio “colpo di Stato”, oltre a presentare evidenti motivazioni di incostituzionalità.
Oltre a sottolineare la mancanza delle ragioni di necessità ed urgenza del provvedimento (che, si badi bene, costituiscono motivo evidente di incostituzionalità e che condurrebbero alla probabile censura della Corte Costituzionale), non sussiste motivazione alcuna per licenziare un testo con tempistiche così celeri, solo che si consideri che la Banca d’Italia è un Organo Pubblico che ha l’obbligo di vigilare sugli enti bancari (attualmente bloccati nella concessione del credito e nell’espletamento dei compiti specifici agli stessi assegnati) e che la salvaguardia del “sistema” costituisce, per i cittadini tutti, un vincolo al quale giuridicamente non ci si può né deve sottrarre.
A ciò si aggiunga che in passato è intervenuta la Corte Costituzionale, con sentenza n° 360/1996, che ha ritenuto incostituzionale l’inusitata prassi del Governo, nel caso di mancata conversione in legge del decreto legge entro il termine di sessanta giorni, di reiterare i decreti-legge soltanto al fine di conservare in vita l’efficacia del provvedimento; la Corte concluse, tuttavia, ritenendo legittima la reiterazione del decreto-legge soltanto se le motivazioni di urgenza fossero nuove e diverse rispetto a quelle che consentirono l’iniziale emissione del provvedimento.
Tuttavia, il caso di Banca d’Italia, costituisce l’esempio più errato in cui viene adottato il sistema del decreto-legge, posto che la materia (delicata) necessita di tutto l’iter parlamentare ordinario, al fine di consentire democraticamente agli esponenti di diverse aree di esprimere eventuali perplessità aiutando – se possibile – anche il “confezionamento” di un provvedimento effettivamente garantista.
La privatizzazione della Banca D’Italia, apparentemente volta a contenere le partecipazioni influenti, ora in mano a soli due gruppi Bancari (Unicredit e Banca Intesa), in realtà sottende la necessità dei Partecipanti di Fare Cassa a discapito degli Italiani Utenti creditizi.
La Banca D’Italia si è valorizzata accumulando patrimonio, prima col Signoraggio fino a quando è stata Banca Centrale Italiana attraverso l’emissione della Carta Moneta e poi continuando a gestire le riserve bancarie a discapito degli Italiani che dalle banche hanno subito da sempre una progressiva diminuzione di remunerazione dei depositi ed un costante aumento del costo complessivo del credito con un differenziale rispetto all’EURIBOR 3 mesi dei Tassi Soglia Antiusura che oggi è il più elevato dall’entrata in vigore della Legge N° 108\1996.
La Banca D’Italia, dall’entrata in vigore della Legge Antiusura (la N° 108\1996), grazie al mandato legislativo di disciplinare le modalità applicative di detta legge con il compito di approntare le istruzioni per la rilevazione dei tassi Medi e codificare le categorie creditizie di riferimento, ha costantemente violato detta Legge per favorire il progressivo aumento degli oneri usurari addossati dalle Banche alla clientela.
Solo una Banca D’Italia “sottomessa” ai padroni avrebbe potuto disapplicare la Legge Antiusura per favorire i suoi “partecipanti”. Agli Atti del Senato della XV^ Legislatura vi è prova, con il Disegno di Legge N° 1123, a firma dei Senatori Ciccanti, Ruggeri, Monacelli ed altri, che nei primi otto anni di vigenza della Legge N° 108\1998, grazie alle illegittime istruzioni emanate dalla Banca D’Italia (ritenute tali dalla Corte di Cassazione, II Sez. Penale, N° 46669 del 19\12\2011, alle Pagine 16 e 17) in tema di Commissioni di Massimo Scoperto (CMS), queste nei Bilanci bancari si sono triplicati in termini di incidenza rispetto agli Interessi passando dal 4,48% del 1997 al 13,50% nel 2005. In merito, nonostante la cristallina chiarezza della Legge antiusura in base alla quale anche le CMS concorrono alla determinazione del tasso usurario, la Banca D’Italia ha istruito le Banche a non tenerne conto. Per tale ragione la Banca d’Italia andrebbe messo sotto inchiesta per favoreggiamento all’attività USURARIA.
Ora, il Suo patrimonio non può essere devoluto a beneficio delle Banche Corree ma va devoluto alla clientela USURATA, in poche parole va restituito alle imprese e famiglie USURATE. Alle Banche partecipanti va tolto il diritto di voto per la nomina dei consiglieri affinchè non si inneschino possibili conflitti di interesse. A carico del Governatore e membri del Direttorio vanno inasprite le pene in caso di emanazione di Istruzioni illegittime e difformi dalle prescrizioni normative.
Il problema della ricapitalizzazione delle Banche va affrontato e risolto con risorse che le stesse Banche debbono produrre determinando condizioni di ripresa dell’economia e conseguente miglioramento della redditività Bancaria.
Per le Banche in difficoltà o bisognose di capitale e risorse la fonte di copertura deve essere il Tesoro con le speciali obbligazioni trasformabili in Capitale in caso di mancato rimborso. Per queste obbligazioni andrebbe ridotto il Tasso di Interesse a carico della Banca bisognosa, al pari del Tasso gravante sui titoli Pubblici per le stesse durate.
Non v’è chi non veda nella possibile conversione di tale decreto legge un immenso regalo per le Banche, non certo un regalo per il popolo italiano, poiché:
1. La Banca d’Italia, – in quanto Istituto di Diritto Pubblico, Banca Centrale della Repubblica Italiana ed autorità nazionale competente nel meccanismo di vigilanza unico ex art. 6 del Regolamento U.E., – benché indipendente nell’esercizio dei suoi poteri e nella gestione delle sue finanze, non gode assolutamente della necessaria autonomia correlata alle reali finalità del nostro Stato che l’ha delegata a rappresentarlo e tutelarlo, avendo questa a sua volta delegato ogni potere decisionale alla BCE.
2. L’autorizzazione ad aumentare il suo capitale sociale a 7,5 miliardi con l’utilizzo delle riserve statutarie e di emettere quote nominative di partecipazione da euro 20.000 ciascuna, con l’obbligo di mantenere quote di capitale non superiori al 5%, costituirà un inatteso, ma certamente programmato, ulteriore grande regalo del governo alle banche partecipanti alla attuale maggioranza del capitale sociale, Intesa San Paolo e Unicredito Banca di Roma, detentrici rispettivamente del 44,25% e del 22,12% delle quote dell’Istituto Centrale.
3. Con la cessione delle quote eccedenti il 5% del capitale detenuto, Intesa S.Paolo incasserà da banche ed enti che le acquisiranno l’importo di € 2.868.750.000, mentre Unicredit Banca di Roma € 1.284.000.000, rimanendo altresì socie col 5% di quote azionarie rivalutate per ognuna a € 375.000.000 con un incremento patrimoniale di euro 3.243.750.000 per Intesa – San Paolo e di € 1.669.000.000 per Unicredit-Banca di Roma.
4. Regalo autentico che va ad aggiungersi alla acquisizione a titolo gratuito delle rispettive partecipazione nell’Istituto Centrale, quando nel 1992 il governo Amato insieme a Mario Draghi attuarono la privatizzazione degli Istituti di Diritto Pubblico, senza pretendere la restituzione delle quote della Banca d’Italia all’allora Ministero del Tesoro.
5. Con l’ampliamento dei soggetti autorizzati a detenere quote, che oltre a banche, potranno essere fondazioni, assicurazioni, enti e istituti di previdenza, inclusi fondi pensione europei; tetto massimo dei dividendi distribuibili agli azionisti pari al 6% del capitale; autorizzazione, per le banche partecipanti, ad includere nei loro bilanci la rivalutazione delle quote di capitale della Banca d’Italia.
Prevedendo il limite massimo del 5% di capitale detenibile da ciascun partecipante, la Banca d’Italia si trasforma de facto in una public company, ovvero in una società ad azionariato diffuso. Tale formula non garantisce assolutamente la sua indipendenza. Inoltre, la libera circolazione delle quote sul mercato, può risultare addirittura pericolosa poiché il limite massimo del 5% del capitale detenibile da ciascun partecipante non impedisce che si creino alleanze tra azionisti capaci di controllare la maggioranza dell’Istituto, azionisti che sono poi i medesimi soggetti che la Banca centrale è chiamata a vigilare. Diverranno altresì possibili i patti di sindacato tra azionisti italiani e tra italiani e stranieri che condizioneranno l’attuazione dei poteri decisionali nell’interesse dello Stato, e limiteranno inevitabilmente l’autonomia decisionale della Banca d’Italia.
6. Infine, autorizzare soggetti europei a detenere quote di capitale, apre al possibile rischio che la proprietà della Banca d’Italia, ora di banche private, usurpatrici del signoraggio, possa diventare straniera. Si innescherebbe così il primo caso al mondo di una banca centrale detenuta da una maggioranza di diversa nazionalità e beneficeranno dei redditi conseguiti dalla Banca d’Italia, sia per il signoraggio primario, che sulle emissioni di nuova moneta, oltre che sulle attività di compravendita titoli e gestione riserve. E’ appena il caso di evidenziare che con una maggioranza estera della Banca d’Italia, il nostro Stato si ritroverebbe con mani e i piedi legati e finirebbe per non contare più nulla in seno alla Bce e in sede di Unione Bancaria Europea, sorvegliata dalla Bce, mentre la politica italiana del credito sarebbe gestita dall’estero, tenuto conto che.
7. Che con le nuove disposizioni non si potrà in alcun modo vietare che soggetti extra-europei possano entrare indirettamente nel capitale di Bankitalia attraverso partecipazioni in istituti bancari europei.
8. L’operazione caldeggiata dal Ministro Saccomanno, mentre per gli Organi Istituzionali del nostro Stato e delle piccole banche italiane costituirà un ingente esborso di liquidità, come ribadito a beneficio dei due richiamati istituti di credito, che potrà rasentare i 5 miliardi di euro, la plusvalenza sulle quote delle singole banche consentirà per le casse dell’erario un introito massimo di 1,5 miliardi di euro. Inoltre, la rivalutazione delle quote, rafforzerà la patrimonializzazione delle banche detentrici di quote azionarie che rivaluterà dal punto di vista contabile il loro patrimonio.
9. Se ne deduce che lo Stato per incassare forse poco più di un miliardo di euro svenderà l’Istituto di Via Nazionale con i corposi dividendi alle banche, senza bisogno di chiarezza preventiva, poiché risulta evidente che gli esperti preposti non hanno contezza né di cosa sia di proprietà della Banca Centrale italiana e né delle cose in semplice gestione alla stessa, né infine delle ingenti somme che dovranno essere sborsate da Stato e Regione per acquistare da banche terze le quote della Banca d’Italia, mai cedute ad alcuno, dopo che queste banche sin dal 1993 hanno incassato utili, dividendi e signoraggio primario a danno dei cittadini italiani.

Cosa fare allora per il rilancio dell’economia del nostro Paese?

L’alternativa utile alla ripresa dell’economia e al ripristino del ruolo di quarta potenza industriale detenuto dal nostro Paese ci imporrebbe come “primo passo” quello di espropriare le banche e le società detentrici delle quote della Banca d’Italia, sul presupposto che a far data dal 1993 si sono ritrovate azioniste dell’Istituto Centrale a titolo gratuito. Operazione ineludibile poiché gli azionisti attuali non hanno mai sborsato alcunché per l’acquisto delle azioni o quote di capitale. Di contro, in tutti questi anni gli azionisti hanno beneficiato del signoraggio primario, per la differenza tra costo di produzione delle banconote e valore indotto attribuito alle stesse, signoraggio derivato da autentico falso in bilancio, poiché la Banca d’Italia per consuetudine ha sempre iscritto al passivo le erogazioni ricevute dalla BCE in quanto partners, attestandole come debito contratto da restituire, mentre in quanto emissioni programmate per equilibrare l’economia dei paesi partners, non costituiscono per i medesimi l’assunzione di debito da riportare al passivo, come invece risultano sempre annotate, in palese evasione fiscale a beneficio degli azionisti dell’Istituto e a danno dei cittadini contribuenti.

Il “secondo passo” per conseguire l’obbiettivo di rilancio dell’economia dovrà essere quello della nazionalizzazione della Banca d’Italia, unica e non più rinviabile soluzione per farla assurgere al ruolo a cui sono proposte le Banche Centrali in ogni paese civile produttore di ricchezza, con delega alla emissione della moneta e alla sua distribuzione alle banche, unico modo per farle assumere il giusto ruolo di sorvegliante dei meccanismi di vigilanza e di rispetto delle finalità istituzionali delle Banche, che dovranno abbandonare i loro ruoli meramente speculativi per assumere invece quello di partners di imprese per il rilancio dell’economia.

Quali sono allora gli strumenti praticabili per abbattere il debito pubblico e rendere più forte la nostra moneta?

Per tale finalità e senza uscire dalla BCE, la “prima soluzione” praticabile potrebbe essere quella di restituire la Sovranità Monetaria allo Stato e con espressa legge di esso Stato abilitare la Banca d’Italia alla emissione di moneta complementare – che potrebbe essere l’agognata lira – con rapporto di cambio 1 euro = lire 2.000, utilizzabile nei confini del nostro paese per tutti gli scambi, così ripristinando la storica lira che ha fatto dell’Italia la quarta potenza industriale del mondo. Nuovo conio da emettersi rapportato alle esigenze di cassa dello Stato, ogni qualvolta si realizzeranno infrastrutture, lavori pubblici, restauri di edifici pubblici, ricostruzione di aree disastrate da terremoti e cedimenti del terreno e per ogni altra calamità.

Una “seconda soluzione” potrebbe essere quella, di stampare una nuova moneta nazionale, non certo abbandonando l’Unione Europea e quindi il trattato di Schengen. Peraltro, come già precedentemente illustrato dal sottoscritto, all’interno del trattato è prevista espressamente la facoltà di deroga alla moneta unica per situazioni eccezionali e, considerato il momento più che eccezionale, con l’unione dell’Italia con altri paesi europei quali Portogallo, Spagna e Grecia, si raggiungerebbe una popolazione di circa 120 milioni di abitanti, con un pil complessivo di 3200 miliardi di dollari, dando vita ad una moneta nazionale e, quindi, ad una vera scossa non soltanto alla nostra economia, ma a tutta quella dell’Euro zona. Soltanto così facendo, la responsabilità politica ed economica tornerà a capo di ogni Stato singolo, come ricordava anche l’ex ministro Giuseppe Guarino, e, soprattutto, renderebbe i nostri prodotti più appetibili aumentandone le esportazioni.

In conclusione la crisi creata dalle grandi manovre speculative dei principali gruppi finanziari mondiali, potrà debellarsi soltanto attuando queste misure, oltre che diminuendo l’Iva al 10% e ripristinando la libera circolazione monetaria all’interno dei vari paesi europei attualmente in difficoltà quali Italia, Portogallo, Spagna e Grecia. Quello che oggi potrebbe verificarsi, se non venisse impedito, sarebbe un fatto di una gravità e di una violenza inaudita, perché si certificherebbe definitivamente la privatizzazione della Banca d’Italia; si metterebbe, così, la parola fine alla possibilità per l’Italia di riavere in futuro una banca sovrana ed alla possibilità di stampare propria moneta, in conclusione, si perderebbe definitivamente la sovranità monetaria.
Insomma la Banca D’Italia è e deve restare patrimonio degli Italiani e non delle Banche che dalla gestione Fazio in poi ne hanno condizionato l’attività di Vigilanza inducendola ad emanare circolari per garantire la impunità a fronte di Pattuizioni e pretese USURARIE, come la recente cronaca e Giurisprudenza sta testimoniando, oramai, senza più dubbi.
Come, peraltro, sottolineato aspramente da altri colleghi, concordo sull’inopportunità ed inadeguatezza della conversione in legge del decreto legge 30 novembre 2013, n° 133, recante disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia, perché avente ad oggetto provvedimenti disomogenei tra loro ed attraverso iter legislativi non consoni al normale iter-parlamentare.
Per finire chiedo, pertanto, che il Governo abbandoni il proposito di sottoporre a conversione un decreto legge che, da un lato, contiene norme sulla Banca d’Italia, del tutto disomogenee ed estranee rispetto alle misure fiscali dell’IMU, per il quale era stato inizialmente previsto e, dall’altro, non preveda altresì una tempistica del provvedimento supportato dai requisiti “di straordinaria necessità ed urgenza”, così come previsto per i decreti legge, per modificare eventualmente i criteri di funzionamento della Banca d’Italia in modo confacente (e conferente) e che travalichi quelli che sono, al contrario, i normali iter parlamentari previsti per i disegni di legge.
Sen. Domenico Scilipoti

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